Quarti di finale: è un attimo la gioia

mercoledì 22 Marzo 2017

– di FEDERICO VECCHIO –

Ci sono attimi, nella vita di ciascuno, che danno significato al prima, a tutto quello che fino a lì si è vissuto, che danno la misura di ciò che è stato. Che sono non solo il premio, la realizzazione di un sogno, ma lo snodo di un’esistenza. Ci sono attimi che, una volta vissuti, sono successi, e nulla sarà più come prima, che indietro non si può tornare.
Chi vi scrive se ne stava lì, dietro al cancello carrabile del campo principale. Se ne stava lì, ad aspettare che quell’attimo arrivasse. Perché si sentiva nell’aria. Perché si avvertiva, come la primavera imminente.
Ed è bastato che dalla panchina della squadra De Matteis si levasse un grido (“manca un minuto”) che quel minuto improvvisamente si materializzasse, lì, fermo, sospeso nel tempo, come cosa viva. Ed in quel minuto, in quei sessanta secondi, la vita del nostro immenso protagonista si è srotolata in un lampo. Lui era lì, fermo, al limite dell’area. La palla laggiù, appena uscita sul fondo. Ed il direttore di gara ad indicare il calcio d’angolo per la squadra Filosa. Ed il nostro, a quel punto, mentre quei sessanta secondi si riducevano a trenta, si spostava, lento, da quel limite dell’area verso il secondo palo. E se ne restava lì, fermo, per altri dieci secondi. Ne mancavano venti. E in quei quaranta secondi appena fuggiti aveva ripercorso tutta la sua vita, le tante partite mai giocate, i troppi abbracci, dopo qualche gol, dati ma mai ricevuti, le troppe convocazioni scorrendo, con il cuore in gola, la lista dei nominativi, correndo alla lettera R, per rendersi conto che, dopo la parola “Proto” e prima della parola “Sarandrea” c’era un inconsolabile vuoto. Ed intanto i secondi che mancavano erano dieci. Ed i suoi passi si facevano sempre più leggeri, come di predatore che sente, che vede, che sa aspettare. E la sua vita era lì, ancora stretta in quei sei, cinque, quattro secondi. I De Matteis, a quel punto, erano tutti schierati. C’era da evitare il tiro da fuori, c’era da evitare la penetrazione in area di A. De Petris, c’era da evitare forse anche altro. Ma, si sa, quello che c’era da evitare lo si capisce sempre dopo. Quando i secondi sono ormai tre, quando quell’attimo che sta per arrivare non è il tuo attimo, quando la vita di qualcuno si sta meravigliosamente abbracciando ad un palo, di una porta, di un campo di calcetto, a quel punto è tardi per tornare indietro. Perché quel pallone, da quella lunetta del calcio d’angolo e’ partito, ed è diretto lì, sul secondo palo. Ed a quel pallone non interessa di questo o di quello. A quel pallone interessa arrivare solo da lui, laggiù, sul secondo palo, perché questo è l’appuntamento che la storia gli ha assegnato. E li, su quel secondo palo, ad aspettarlo, c’è tutta la vita di un uomo, non solo il suo piede pronto, in una mezza scivolata, accompagnata dal peso di tutto il corpo, a colpirlo di interno, o forse di caviglia, o forse di stinco. Ma poco importa. Ma cosa importa. Quel minuto e’ finito. Quella palla ora è in rete. E quel fischio che arriva, insieme alla sua gioia, non decreta solo la vittoria di Filosa su de Matteis per due a uno, ma la rivalsa di una vita. Perché quell’esultanza, fatta di corsa, di braccia rivolte al cielo, di sorrisi ed abbracci, e’ il premio per un’esistenza vissuta per essere lì, su quel secondo palo, all’ultimo minuto di quel quarto di finale. Perché capodanno può arrivare anche in una dolce serata di marzo. Come può confermare il nostro eroe, che risponde al nome di Bruno Ripandelli, che stasera si è messo alle spalle tutto il suo passato sportivo, per festeggiare quello che, da oggi, sarà il suo futuro sportivo. Fatto di mille partite ed altre mille ancora. Ma sempre nel ricordo di quando, in una dolce sera di marzo, all’ultimo minuto di un quarto di finale, la storia gli aveva dato appuntamento con un pallone lì, sul secondo palo.
Detto del gesto che ha caratterizzato questa serata si torneo, non resta che stropicciarsi gli occhi per lo splendido pareggio tra Picciotti e Cecilia. Il primo tempo si chiudeva, difatti, sul tre a zero per i Cecilia, prontissimi a sfruttare le maglie troppo larghe della difesa dei Picciotti e gratificati da una serie di splendidi interventi di Meliti, il portiere che sembra sempre essere lì per perdere caviglie, anche, tessuti vari. Ma la ripresa era un’altra storia. Salivano in cattedra, difatti, Van Basten Abrigani e Higuain Rappini e, a quel punto, era chiaro che il vento fosse girato. La partita finiva in parità, e così i supplementari, con il risultato che premiava i Picciotti per il miglior piazzamento in classifica durante la regular season.
A questo punto è tempo di semifinali, la cui unica certezza non sarà certo nel risultato, ma nella presenza in campo di Bruno Ripandelli. Che, ne siamo certi, nel momento in cui chi vi scrive sta finendo questa fatica, sarà certamente ancora lì, su quel campo, a cercare di fermare quell’attimo che è stato. In cui dentro c’è passata tutta la sua vita.