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| Un Circolo Che Unisce |
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Amedeo Amadei, ribattezzato l’ottavo re di Roma, Luigi Brunella, Aristide Coscia, Guido Masetti, Michele Pantò gli interpreti più vivi di quella squadra che il 14 giugno 1942, superando il Modena per 2-O nel mitico stadio di Testaccio, regalava alla Capitale il primo scudetto tricolore. L’Aniene fu in festa, per quel che il momento storico consentiva. Dalla grande gioia ai grandi dolori. La guerra era ormai giunta nella fase più sanguinosa e distruttrice. Intere città rase al suolo dai pesanti bombardamenti. La vecchia Europa si era trasformata in un immane crogiolo rovente nel quale si immolavano ogni giorno migliaia di vite umane. Sul gelido fronte russo e nel deserto africano l’orrenda carneficina continuava.
In tale apocalittica situazione, pensare allo sport era del tutto anacronistico, anche sul piano morale, dal momento che nel 1896 il barone Pierre De Coubertin uomo gentile, imbevuto d’umanesimo, aveva riesumato i Giochi Olimpici, ispirandosi alla antica Grecia, culla della civiltà medliterranea, paese in cui le guerre cessavano automaticamente nel periodo dei Giochi Quadriennali. Quei cinque cerchi multicolori che si stagliano sul candido vessifio olimpico, altro non sono che un simbolo della fratellanza delle razze e dei popoli del mondo. Invece da quattro anni ormai il mondo era in fiamme. Orribile. La prima guerra mondiale aveva cancellato le Olimpiadi fissate nel 1916, la seconda fece saltare due edizioni dei Giochi, quelle del 1940 e del 1944. L’Aniene, che aveva già offerto un grosso tributo di sangue nella Prima guerra mondiale, offrì ancora alla Patria la sua migliore gioventù dal 1940 al 1945
Caddero Dante Calò, Giovanni Del Bufalo, Ferdinando Gonnella, Paolo Lega, Maurizio Marchesi, Sabato Martelli Castaldi, Giuseppe Mazzoli, Dino Maseagni e Aurelio Rossi. Tra i caduti, non perché gli altri non lo meritino, ma solo per ragioni di spazio, ricordiamo in particolare Dante Calò: il popolare “zio Dante”, scapolo inveterato, traseinatore delle gite fluviali nelle quali era capace di coinvolgere chiunque volesse. “Avvocato di spiccate capacità, uomo di vasta cultura, spirito acuto e caustico, brillante oratore, elegante, sportivo, donnaiolo, era uno dei soci dell’Aniene più popolari e benvoluti dell’epoca”, così lo ricorda Alberto di Nepi, “Antifascista accanito e aperto, scomparve tragicamente deportato durante l’occupazione tedesca per essersi temerariamente esposto nella sua attività di partigiano, rifiutandosi di nascondere il suo vero nome”. Dicevamo di Calò, gagliardo organizzatore di gite sociali; condusse addirittura i soci da Roma ad Orte in una festosissima navigazione sul Tevere. Lo “zio Dante” convinse inoltre un gruppo di consoci giovani al “canottaggio di fondo” rendendo le domeniche sempre più belle e memorabili.
Ma non può essere ignorato neanche Sabato Marteffi Castaldi, generale della aereonautiea che, dopo una brillante carriera militare, dimissionato da Mussolini in seguito a un contrasto di natura tecnica, venne prelevato dai tedeschi a Regina Coeli per essere trucidatò alle Fosse Ardeatine. Medaglie d’oro alla memoria venivano inoltre assegnate ad Aurelio Rossi e Giuseppe Mazzoli. Dopo una vita leggendaria, Aurelio Rossi moriva da eroe sul fronte egiziano il 4 settembre 1942, ad El Alarnein, maggiore paracadutista della mitica Divisione Folgore. Di slancio, con impeto giovanile ed arditezza senza pari, Rossi venne fuori da una buca nel terreno e balzò su un carro armato inglese e, con la piccozza da guastatore, si avventò contro il portello per svellerlo. Purtroppo, una maledetta raffica di fucile mitragliatore lo colse in pieno falciandolo.
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