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Gli albori della storia gialloceleste si profilano alla fine del 1892 assai promettenti. I tre fratelli Fasoli ed Alessandro Morani rimasero soli per appena 45 giorni. Ben presto si aggregarono infatti a loro altri sette soci: Ludovico Giocondi, Fifippo Iacobacci, Belisario Londei, Alfredo Minetti, Luigi Murzio, Giuseppe Pesci, Alfredo Setk. Due giorni dopo i soci diventarono addirittura venti, numero non cospicuo ma che doveva ancora proliferare. Alla fine del 1892 i soci furono trentanove, al termine dell’anno successivo sessantatre, per divenire una balda centuria nel corso dell’anno 1894.
L’Aniene come Roma.
Nel 1897 il sindaco Ruspoli, che aveva in quell’anno restaurato il teatro Valle, iniziato la costruzione del teatro Adriano a Prati di Castello ed effettuato le grandi scoperte archeologiche al Palatino e al Foro Romano (grazie a Giacomo Boni), sollevato alquanto dalla fine della crisi, cercava di dar vita a mille iniziative per gli abitanti della Città Eterna il cui numero era salito a 408.000 unità, fra le altre una nuova zona edificata di oltre 17 mila metri quadrati.
Sindaco efficiente che, purtroppo, mori troppo presto lasciando la pesante eredità ad un romano purosangue, l’ing. Galluppi, il quale sedette in Campidoglio per un periodo brevissimo prima di cedere il posto a don Prospero Colonna, principe di Sonnino, e discendente di Marcantonio, vincitore della battaglia di Lepanto, uno dei più grandi scontri navali della storia largamente determinato dalla potenza e dalla capacità remiera delle flotte. Affettuosamente ribattezzato dai cittadini di Roma “don Cerino”, forse, per via genetica, manteneva per il fiume e per i remi antica comprensione.
D’altronde Roma, con l’acqua, aveva immemore confidenza sia per li rami della sua evoluzione civile e urbanistica a partire dalle origini; ma anche nell’episodica corrente se ancora, nell’ottocento, piazza Navona in estate veniva allagata con l’acqua della Fontana dei Fiumi del Bernini e da quella piovana per il refrigerio e il divertimento dei romani. In realtà un uso assimilabile alla straordinaria e spettacolosa tradizione delle naumachie.
Il principe Colonna, che rimase in carica fino al 1900 (anno dell’assassinio di re Umberto), fu uno dei sindaci più amati e più popolari e si fece promotore di molte iniziative importanti tra le quali spiccò il passaggio allo Stato (che l’aveva acquistata dal principe Borghese per tre milioni) dell’omonima villa, destinata al libero godimento dei cittadini.
Parallelamente alla crescita di Roma, la vita dell’Aniene divenne sempre più viva e brillante. Già nel 1897 il Comune aveva concesso al Circolo un’area sita in Lungotevere in Augusta dove, l’anno seguente, sorse, su progetto del socio Cesare Bazzani, la Casina destinata a sede del Circolo e che tale rimase fino al 1959 e cioè per ben sessantuno anni. Una sede nata grazie al generoso contributo finanziario, straordinario dei soci. Il costo del grazioso edificio, tipo chalet svizzero, fu di tredicimila lire. Una vera tombola per quei tempi in cui, con mille lire al mese, vivevano dignitosamente tre famiglie della piccola borghesia. Alla guida del Circolo, frattanto, ad Alessandro Morani, presidente dalla fondazione al 1893, successe per pochi mesi Vincenzo Montenovesi.
Il Circolo Canottieri Aniene, sul finir del secolo, aveva frattanto ottenuto i suoi primi grossi successi nelle contese agonistiche nazionali remiere. La prima vittoria fu ottenuta sul tratto del Tevere fronteggiante il mattatoio, con l’equipaggio in quattro yole denominato “Rugantino” (di questo successo viene conservato gelosamente il cimelio fotografico che orgogliosamente pubblichiamo).
Prima vittoria alla quale fece seguito nel 1898 il primo successo in trasferta, a Firenze, sull’Arno, con un altro quattro yole, che conquistò l’alloro tra la sorpresa generale. Prime e grandi vittorie che diedero enorme popolarità al Circolo che nel 1902 aveva la grande gioia di veder accettata la presidenza onoraria da S.M. Vittorio Emanuele III, il re d’Italia. Vittorio Emanuele III, come suo costume, dato il carattere pignolo e scrupoloso, dal momento della nomina partecipò a tutti i vari "battesimi” delle imbarcazioni sociali, spesso insieme alla regina e ai principi reali.
Nell’anno 1902 il Circolo Canottieri Aniene mutò dunque la sua denominazione in "Reale Club Nautico Aniene” e tale rimase fino al 1946, anno della Caduta della monarchia sabauda. Siamo ai primi del Novecento e il Circolo, grazie al riconoscimento reale, vive giorni di indiscusso prestigio. Poter divenire soci dell’Aniene è sogno di tanti cui approdano solo in pochi dopo scrupolosa selezione. Nel frattempo la storia del Circolo diviene per lo più storia di successi remieri innumerevoli e gloriosi.
È del 1903 la prima vittoria all’estero ottenuta in Costa Azzurra a Nizza. Nell’anno successivo il 1904, comincia a mietere successi uno dei più famosi equipaggi dell’Aniene lo “Zitti zitti” che, in yole a quattro, trionfa a Pisa, lasciando intendere che quello sarebbe stato il primo di una lunga serie di successi. Già alla fine del 1904 l’equipaggio conquista, sempre a Pisa, il titolo italiano nell’outrigger a quattro. Di questo equipaggio fanno parte due personaggi della storia del canottaggio italiano di cui torneremo più avanti a parlare: Ninni Brunialti e Archimede De Gregori.
Ma non solo il “quattro” dà lustro all’Aniene; anche l’outrigger a otto coglie, alla fine dell’anno, un prestigioso successo nelle regate di Anzio. Sono appena gli albori di un’attività sportiva che in cento anni ha colto successi memorabifi. I due titoli italiani del 1905 e i quattro del 1906 non sono che le tangibili testimonianze di un Circolo già divenuto adulto a pochissimi anni dalla sua nascita. Tanto da meritare la menzione sulla "Tribuna illustrata” del 13 maggio 1906. “La vittoria dei Canottieri romani” titola il settimanale più popolare d’Italia, che così recita nell’articolo: "Non è un fatto sportivo che si ripete spesso quello di una società sportiva che in due settimane vince ben sette primi premi.
Di questo seguito di belle vittorie va resa lode ai forti e bravi vogatori dell’Aniene che al simpatico sport dedicano tante energie e tanto entusiasmo”. Enorme fu la risonanza all’interno del Circolo per questo articolo, sprone validlissimo soprattutto per l’outrigger a otto denominato “S.P.Q.R.”, formato da nove colonne dell’Aniene che rispondevano agli ormai mitici nomi di De Gregori, Del Nunzio, Brunialti, Tuzi, Garroni, De Cupis, Manzolini, Aluffi, timoniere Mazzola, un equipaggio che, campione d’Italia nel 1906, doveva ripetersi, pur con lievi varianti alla formazione, nei due anni successivi. Grandi successi visto che nel 1908, a Napoli, sconfiggeva addirittura il fortissimo equipaggio denominato “Giovinezza”.
Alfredo Pagani, indimenticabile socio, vanto dell’Aniene, amava ricordare quella giornata come la più bella della sua vita: “Erano otto vogatori fortissimi, otto veri grandi atleti. Il primo giorno, tale era la foga della competizione che il Giovinezza di Napoli (oggi C.N. Posillipo) spinse l’imbarcazione dell’Aniene verso la scogliera. Fu un groviglio cli remi e quasi tutti caddero in acqua impedendo l’effettuazione della gara. Il giorno dopo finalmente la competizione ebbe regolare svolgimento e, al termine di una lotta affascinante, l’Aniene vinse di mezza barca. Un successo esaltante perché, si badi bene, il Giovinezza era allora il più forte equipaggio italiano”.
Ma se l’Aniene viveva momenti sportivi prestigiosi, si faceva apprezzare anche per ciò che facevano, al di fuori dello sport, i suoi associati. Tra i soci più rappresentativi dell’epoca ricordiamo Maurizio Rava, iscritto al Circolo dal 1901. Noto africanista si recò sempre più spesso nel Continente Nero. Nel 1908 da Porto Sudan scrisse al Consiglio del Circolo scommettendo che avrebbe portato i colori giallocetesti dell’Aniene sulle acque vergini dei laghi equatoriali. Nella sede romana del Circolo si videro allora sorrisi ironici, che presto dovevano però scomparire dai volti dei soci più salaci. Nel mese di maggio pervenivano infatti due foto con le scritte “Un canottiere del Lago Tana” (Goggiam maggio 1908) e “Primo tentativo di navigazione alla sorgente del Nilo Azzurro”. Un grosso exploit per Rava che, negli anni a seguire, avrebbe ricoperto cariche oltremodo prestigiose nell’organigramma dello Stato quali quella di “Segretario Generale della Tripolitania” (dal 1927 al 1931) e di “Governatore della Somalia” (dal 1931 al 1935).
Negli stessi anni, il 1907 per la precisione, divenne socio del Circolo uno dei più prestigiosi docenti della Facoltà di Ingegneria, il professore emerito Anastasio Anastasi, ordinario di “Macchine termiche e idrauliche”, uomo difficile e scorbutico ma di una cultura ed eclettismo senza pari.
Questo l’Anastasi della Facoltà di Ingegneria. Quello dell’Aniene era invece molto diverso. Abbronzatissimo, quasi abbrustolito dal sole, montava sempre in yoletta con la zavorra a poppa e faceva la sua onesta passeggiata fino a ponte Risorgimento o poco più in là. Era molto interessato allo stile e alla meccanica della voga: fra i suoi scritti esiste un bellissimo articolo pubblicato sulla “Rivista marittima” che pone in termini fisici e matematici la meccanica e dinamica della voga, e che è la dimostrazione precorritrice della validità dello stile moderno.
Scrisse anche uno studio sulla opportunità di sperimentare la “voga alternata” nell’otto. Tanto severo all’Università quanto amabile al Circolo. Una volta, mentre prendeva il sole sullo zatterino, spiegò perché maltrattava gli studenti agli esami: “Gli studenti cominciano a scrivere formule sulla lavagna e magari non hanno capito la sostanza di quello che scrivono. Il vero ingegnere è quello che progetta, dimensiona i vari organi di una macchina e le travature di un edificio ed opera con il calcolo solo per verificare la stabilità o la resistenza di quello che lui ha progettato”.
Sapeva essere comunque sempre scherzoso. Un vero maestro di vita". L’Aniene, non ancora ventenne, viveva anni pieni di entusiasmo, inventando ogni giorno qualcosa di diverso per allietare i nuovi soci. Proprio nel pieno rispetto della sua etichetta di Circolo Canottieri, nel 1911, operò una spietata selezione fra i soci dell’epoca per costituire un equipaggio di un “otto outrigger” che il 2 settembre sul percorso Roma-Anzio (ormai una classica del remo) ottenne una performance di notevole rilievo. Un equipaggio di livello non solo sportivo ma anche professionale visto che era formato dal conte Gigi Moroni (capo voga) e dietro a lui nell’ordine da Olindo Bitetti (giornalista del “Corriere della Sera” e avvocato) Armando Giovannetti (ingegnere), Priori (ingegnere), Gisci (avvocato), Ascarelli (professore), Schraider (avvocato), Ceccherini (ingegnere) ed al timone da Cupelli (avvocato).
Salutato alla partenza dal galleggiante sociale, ancorato sotto il Lungotevere in Augusta, dai soci e rispettive gentili signore, l’otto raggiunse Fiumicino (70 km.) in appena tre ore! Dopo un breve riposo, alle tre del mattino, l’equipaggio riprese il mare ed in altre cinque ore percorse i 50 km che lo dividevano da Anzio. Un’impresa storica, salutata dai soci con festeggiamenti che durarono giorni e giorni. Tutta Roma ne parlò.
Dall’aprile del 1906 il Circolo aveva frattanto un nuovo presidente (il sesto della sua storia) nella persona del marchese Carlo Calabrini, uomo integerrimo, di nobile e rinomata famiglia che, nei tredici anni di presidenza, doveva lasciare un marchio indelebile nella storia del Circolo.
L’Aniene proprio in quegli anni assunse uno spirito mondano sportivo, favorito in questo da alcuni soci che, esaltati dal modello inglese, un paese-guida in fatto di organizzazione sportiva, cercavano di trasmettere gli insegnamenti degli “oarsmen” del Tamigi. Alle riunioni mondane del Circolo si andava in divisa (senza il classico dinner-jacket non si entrava) confezionata possibilmente dal sarto numero uno di Roma, quell’Ottolenghi presso la cui sartoria doveva prendere le mosse come tagliatore il celebre Caraceni. Riunioni formalmente perfette alle quali potevano partecipare in qualità di ospiti anche le donne (fin da allora escluse in quanto ritenute la “rovina dei Circoli”) e lo spirito particolare che si viveva era dato dal tono rispettoso con cui i soci giovani si rivolgevano al presidente ed ai soci anziani dando loro del lei.
Una presidenza importante, dicevamo, quella del marchese Calabrini che “regalò” al Circolo il proprio cameriere personale (Carlo) perché i soci potessero essere serviti al bar che, sino ad allora, non esisteva. Al posto del bar, nella Casina, vi erano infatti poche bottiglie dalle quali i soci si servivano personalmente nel corso delle interminabili serate trascorse a giocare a “ecartè”, un gioco di carte che fece fortuna in Italia in quegli anni.
Anni d’oro in cui alcuni dei soci vivevano lavorando poco e passando tante ore della giornata nell’amato Circolo. Si racconta ancor oggi della ilarità generale con cui fu salutato una mattina l’ingresso al Circolo di uno di questi, il popolare Gigi Moroni, solo perché portava sotto braccio una cartella, indice di lavoro, di attività, di fatica. Le mattinate scorrevano veloci sotto il sole capitolino e, previa domanda alla presidenza, si potevano portare le signore a fare un giro sull”Ammiraglia”, la più grande e comoda delle barche del Circolo.
Le quote sociali erano piuttosto elevate: nel 1910 si pagavano 50 lire quale tassa di ammissione e 10 lire al mese, cifre che contribuivano a limitare le domande di iscrizione ad una fetta di buona borghesia e nobiltà capitolina. Soldi necessari per mantenere la Casina nel modo migliore, Casina di cui era custode il fedele Biagio, divenuto poi, con il passare degli anni, amministratore del Circolo. Sede nella quale ogni occasione era valida per effettuare questo o quel festeggiamento, in un ambiente che diventava sempre più accogliente dopo l’inaugurazione di un nuovo galleggiante che si aggiungeva a quelli preesistenti.
Dicevamo dunque di feste continuate ad allietare giornate interminabili, ma tutto ciò senza dimenticare lo sport, questa magica parola capace di spronare chiunque. E proprio con questo spirito si cercava di far di tutto pur di favorire chi avesse necessità sportive.
Alfredo Pagani, ad esempio, vogatore dell’Aniene, dovendo correre i 110 hs ai Campionati italiani di Atletica Leggera in programma a Roma, in Piazza di Siena, nel 1908 (in quello stesso campo in cui oggi si svolge il celebratissimo Concorso Ippico Internazionale), proprio alla vigilia della competizione ebbe la gradita sorpresa di vedersi regalare dai soci un paio cli scarpe morbidissime provenienti dalla lontana Inghilterra. Scarpe miracolose visto che Alfredo Pagani vinse il titolo italiano dando lustro all’Aniene anche in una disciplina nuova, estranea al canottaggio.
E da vero sportivo entrò nell’Aniene anche Nanni Merlo. Del Nunzio, indimenticabile numero due dell’otto gialloceleste, stava male e, venendo meno le sue forze, pensò a quel giovane gagliardo, che remava niente male, come suo possibile sostituto per il futuro. Ne parlò a Brunialti (il papà dell’Aniene a forma di remo) che ebbe subito un moto di simpatia spontaneo per il nuovo arrivato. “Il mio moretto”, così Brunialti chiamava affettuosamente Merlo che di li a poco sostituiva Del Nunzio nel glorioso armo.
Sono stati in molti a domandarsi chi sia stato il miglior remo del Circolo di quegli anni e la risposta che ne è scaturita è duplice: in assoluto Ninni Brunialti, gran vogatore, uomo massiccio, indistruttibile; come stilista Gigi Moroni, dalla vogata perfetta, eccellente come insegnante, simpatico e chiacchierone. Sfogliando la raccolta della rivista “Il Canottaggio” abbiamo rinvenuto una rievocazione di Brunialti a firma del compianto giornalista Natale Bertocco che ci fa piacere riportare testualmente: “Veneto, di nascita, Giovanni Brunialti era romano di animo, e dell’anima romana aveva tutti gli slanci, tutte le passioni, tutta la bontà. Quella sua stessa giocondità e quella franca cordialità che lo facevano amico caro per tutti, erano doti schiettamente romane. L’Aniene, che lo ebbe fra i suoi dal 1902, lo annovera fra i campioni invincibili. Il Tevere fra i suoi più superbi rappresentanti.
Iniziò lo sport del remo da solo, in quel caratteristico tratto di fiume amico che da ponte Margherita va a ponte Cavour; su di un’esile imbarcazione, senza alcuna guida, senza alcun allenatore. Guardava e studiava gli altri, cercando di imitarli e di migliorare se stesso. Fu maestro di se stesso. La sua carriera, il suo progresso furono rapidissimi. Socio dell’Aniene all’età di vent’anni, sbocciati allora, con una superba esuberanza giovanile e una passione indicibile per lo sport del remo, Brunialti debuttò a Bocca d’Arno neI 1904, nel “quattro di punta” junior, con De Gregori, Del Nunzio e De Cupis, conquistando il primo Campionato d’Italia.
La sua attività nel “singolo” culminò a Pallanza. In una giornata magnifica di sole e di luce, Brunialti guadagnò alla sua società il Campionato Italiano di “singolo” junior e senior. Nell’incantevole scenario del magnifico lago, per la piccola carovana gialloceleste, fu quello un giorno di festa grande. Ma il trionfo si completò più tardi, con l’effettuazione dell’ultima regata.
Felice di se stesso, ma soprattutto d’aver coronato il suo sogno sotto gli occhi del padre — il prof. Attilio Brunialti, ex deputato e grande maestro di diritto — “Ninì” volle montare a terza voga dell”otto” dell’Aniene (S.P.Q.R.) che, guidato da De Gregori, apri proprio in quel giorno la serie delle strepitose sue affermazioni. Brunialti ne era stato l’artefice. E le vittorie, le grandi vittorie, continuarono.
Passato al comando dell”otto”(De Gregori era passato al “numero tre”) seppe imprimere, da capovoga, nuove energie al suo armo, che passò ancora primo al traguardo dei Campionati Nazionali del 1907 e 1908 a Bocca d’Arno ed a Salò. Poi, negli anni seguenti, le vittorie scemarono. Ninì Brunialti aveva iniziato la scuola del padre. Tornava però tutte le sere a fiume, sia pure per un solo istante, ed amava soffermarsi sul parapetto ad osservare gli altri, ricordando a se stesso.
Amava parlare delle sue gare, delle sue battaglie e della sua passione remiera, più che delle sue vittorie. Ma i successi che più lo commossero e rallegrarono il suo cuore d’italiano nato là, presso quel confine oltre il quale ancora soffrivano dei nostri fratelli furono quelli conquistati a Trieste. Due volte “Campione dell’Adriatico”, in quella competizione che si disputava in un lembo del mare che natura e tradizione vollero sempre nostro; due volte egll si sentì espressione d’audacia, di forza, di promessa italiana!
Erano le due vittorie che più l’avevano commosso e di cui parlava con tenerezza suprema, unendo a quel ricordo quello del Tevere, che egll adorava e che, con la dura disciplina che sa imporre, gll aveva permesso di far rifulgere, dinanzi agli austriaci i colori della Patria e di Roma. Brunialti fu incomparabile in questo suo gesto. Aveva portato con sé due maglie, che indossò poco prima di quella che fu la sua ultima regata internazionale, a Trieste il 25 agosto 1908. Due maglie di diverso colore, e quando la folla cosmopolita, una folla di cinquantamila persone, lo acclamò dopo la vittoria, entusiasta, Brunialti si tolse la maglietta gialloceleste dell’Aniene, per scoprire il suo torace di atleta fasciato con il tricolore di campione d’italia.
Giovanni Brunialti aveva saputo difendere i colori della nostra nazione quegli stessi che per tre volte avrebbe in seguito bagnato col suo sangue, combattendo — come nessun altro atleta seppe fare all’estero. Per merito di guerra fu promosso capitano; e la motivazione della medaglia d’argento al valor militare che fu assegnata alla sua memoria — motivazione da medaglia d’oro - meglio di ogni altra nostra modesta ed inespressiva parola illustra il suo eroismo.
Ed al fianco di Ninni Brunialti si metteva in luce un altro indimenticabile personaggio, un grandissimo eclettico atleta: Archimede De Gregori. Ricordarlo è stato più facile grazie all’aiuto del figlio Pierino De Gregori. “Era il maggior atleta romano di quei tempi: scherma, lotta, boxe, ciclismo, nuoto, canottaggio... emergeva in ogni disciplina sportiva. Vinse la prima edizione della classica ciclistica Roma-Napoli-Roma montando una bicicletta Stucchi. Complessivamente conquistò 105 medaglie d’oro.
La vittoria più prestigiosa fu quella ottenuta nella Vicenza-Roma, organizzata dalla Audax Sportivo. Trionfò nella “Spada del Re”, al “Torneo Medievale a cavallo”, a Roma, a Piazza del Popolo nel 1900, superando il notissimo maestro Giannèse. Una sorta di antica giostra in cui De Gregori aveva scelto come proprio nome di battaglia “il Duca di Mombello” e Giannese “Pico della Mirandola”. Una lotta accanita tra i due a base di colpi secchi inferti con uno spadone pesantissimo manovrato a due mani. Alla fine dello scontro dovette intervenire un fabbro per liberare Giannese dall’armatura ormai ammaccatissima.
Vogatore formidabile, esordì con la maglia del Circolo Donau di Vienna, città nella quale conobbe la ragazza che doveva diventare sua moglie. Vestita la maglia dell’Aniene, conquistò tante e tante vittorie: una brillantissima carriera sportiva che chiuse nel 1911 ancora vittorioso con l’ “otto” scherzosamente denominato “Richiamati” (c’era la guerra Italo-Turca). Di lui si ricordano ancor oggi alcuni simpatici episodi. Secondo la moda del tempo, Archimede portava al dito un grosso “cecio”, ovvero un vistoso brillante che, generosamente, sacrificò al Monte di Pietà per anticipare le spese dei canottieri giallocelesti.
Cuor d’oro, ma battagliero come pochi. Alla partenza di una finale contro l”otto” francese, doveva essere trattenuto a viva forza da un incaricato sistemato sul banchino. Temendo brutti scherzi da parte di qualche transalpino (un timone tenuto troppo a lungo...) pretese che la scelta cadesse su un italiano, un attore della compagnia di Tina Di Lorenzo, che in quei giorni si esibiva alla Comedie Francaise. E le cose andarono per il meglio.
La vittoria sulle acque della Senna provocò per giorni e giorni grandi inevitablli festeggiamenti, conclusi da un indimenticabile pranzo nel notissimo ristorante capitolino “La Rosetta” al Pantheon.Pranzo che, secondo usi e costumi dei canottieri, finì a colpi di carciofo in faccia. Uno di questi proiettili untuosi colpì un aviatore romano emulo di Bleriot (il celebre personaggio che aveva da poco compiuto lo spettacoloso raid della traversata della Manica). Quest’ultimo, ribollente d’ira, investì l’allegra brigata di epiteti irripetibili e la situazione non precipitò solo grazie all’intervento del presidente dell’Aniene Calabrini che, con mosse eleganti, preso in mano un carciofo gocciolante lo strofinò sullo sparato bianco del suo frac, mettendosi in tal modo ‘au pair’ con l’aviatore. Tutto finì in una scrosciante risata collettiva”.
Nel famoso “otto” dell’Aniene, oltre a Brunialti e De Gregori, gli altri componenti erano figure di spicco dell’alta borghesia romana, tra i quali ricordiamo Alfonso Serventi e Guido De Cupis. Quest’ultimo rimase, anche nella tarda età, personaggio eclettico.
Proprietario della splendida villa situata a ridosso del Convento di Palazzolo, sul lago di Albano, sul finire degli anni Trenta vi si recava a bordo di una Fiat Balilla Coupé che aveva ordinato espressamente alla Carrozzeria Farina con un tetto molto più alto del normale, per contenere la sua statura eccezionale. In quegli anni D’Annunzio si recava assai spesso a Palazzolo a trovare De Cupis, il quale puntualmente faceva trovare una torta di marzapane verde-chiaro ricoperta di cioccolato che il poeta amava in modo particolare. Parlavamo, dunque, dei migliori remi dell’Aniene dell’epoca, e dopo la commovente testimonianza su Brunialti, passiamo a ricordare l’altro grande sportivo che risponde al nome di Gigi Moroni.
Un vero caposcuola. Proveniente dal Tevere Remo, dove già si era distinto come formidabile vogatore, divenne socio dell’Aniene il 15 maggio 1908 e subito si fece apprezzare per le sue indiscutibii doti sportive. Di professione “conte”, non essendo impegnato in alcuna attività lavorativa, passava le sue giornate insegnando agli altri soci la difficile arte del remo, riuscendo a trasfondere con passione tutto quanto di valido era riuscito ad apprendere in tanti anni di voga. Negli anni a seguire uno degli allievi prediletti fu Tullio Maciocci che spesso andava con lui in double scull. Spirito scherzoso, animo amabile, per lungo tempo rappresentò un punto fermo nell’ambito del Circolo.
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