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Poi l’armo degli “Zitti zitti” (quella stessa denominazione che ventisei anni dopo doveva tornare a tingere di gloria i colori giallo celesti dell’Aniene ai Campionati Europei a Suresnes) si sciolse e Brunialti tornò l’atleta solitario sulla sua imbarcazione monoposto, fragilissima e veloce.

 

La sua attività nel “singolo” culminò a Pallanza. In una giornata magnifica di sole e di luce, Brunialti guadagnò alla sua società il Campionato Italiano di “singolo” junior e senior. Nell’incantevole scenario del magnifico lago, per la piccola carovana gialloceleste, fu quello un giorno di festa grande. Ma il trionfo si completò più tardi, con l’effettuazione dell’ultima regata.

Felice di se stesso, ma soprattutto d’aver coronato il suo sogno sotto gli occhi del padre — il prof. Attilio Brunialti, ex deputato e grande maestro di diritto — “Ninì” volle montare a terza voga dell”otto” dell’Aniene (S.P.Q.R.) che, guidato da De Gregori, apri proprio in quel giorno la serie delle strepitose sue affermazioni. Brunialti ne era stato l’artefice. E le vittorie, le grandi vittorie, continuarono.

Passato al comando dell”otto”(De Gregori era passato al “numero tre”) seppe imprimere, da capovoga, nuove energie al suo armo, che passò ancora primo al traguardo dei Campionati Nazionali del 1907 e 1908 a Bocca d’Arno ed a Salò. Poi, negli anni seguenti, le vittorie scemarono. Ninì Brunialti aveva iniziato la scuola del padre. Tornava però tutte le sere a fiume, sia pure per un solo istante, ed amava soffermarsi sul parapetto ad osservare gli altri, ricordando a se stesso.

Amava parlare delle sue gare, delle sue battaglie e della sua passione remiera, più che delle sue vittorie. Ma i successi che più lo commossero e rallegrarono il suo cuore d’italiano nato là, presso quel confine oltre il quale ancora soffrivano dei nostri fratelli furono quelli conquistati a Trieste. Due volte “Campione dell’Adriatico”, in quella competizione che si disputava in un lembo del mare che natura e tradizione vollero sempre nostro; due volte egll si sentì espressione d’audacia, di forza, di promessa italiana!

Erano le due vittorie che più l’avevano commosso e di cui parlava con tenerezza suprema, unendo a quel ricordo quello del Tevere, che egll adorava e che, con la dura disciplina che sa imporre, gll aveva permesso di far rifulgere, dinanzi agli austriaci i colori della Patria e di Roma. Brunialti fu incomparabile in questo suo gesto. Aveva portato con sé due maglie, che indossò poco prima di quella che fu la sua ultima regata internazionale, a Trieste il 25 agosto 1908. Due maglie di diverso colore, e quando la folla cosmopolita, una folla di cinquantamila persone, lo acclamò dopo la vittoria, entusiasta, Brunialti si tolse la maglietta gialloceleste dell’Aniene, per scoprire il suo torace di atleta fasciato con il tricolore di campione d’italia.

Giovanni Brunialti aveva saputo difendere i colori della nostra nazione quegli stessi che per tre volte avrebbe in seguito bagnato col suo sangue, combattendo — come nessun altro atleta seppe fare all’estero. Per merito di guerra fu promosso capitano; e la motivazione della medaglia d’argento al valor militare che fu assegnata alla sua memoria — motivazione da medaglia d’oro - meglio di ogni altra nostra modesta ed inespressiva parola illustra il suo eroismo.



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