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Nanni Merlo, per anni socio decano dell’Aniene, amava ricordare quei tempi: “l’Aniene, una parola magica. Esserne soci significava toccare il cielo con un dito. Rappresentava una meta prestigiosa. Si presentava la domanda di ammissione con molta cautela, i probiviri effettuavano con estrema cura l’istruttoria su ogni richiesta e, quando qualcosa non andava, si invitava il candidato a ritirare la domanda con diplomazia e senza clamori. Mai fu bocciato un aspirante socio perché una bocciatura all’Aniene significava una squalifica a vita”.

 

L’Aniene proprio in quegli anni assunse uno spirito mondano sportivo, favorito in questo da alcuni soci che, esaltati dal modello inglese, un paese-guida in fatto di organizzazione sportiva, cercavano di trasmettere gli insegnamenti degli “oarsmen” del Tamigi. Alle riunioni mondane del Circolo si andava in divisa (senza il classico dinner-jacket non si entrava) confezionata possibilmente dal sarto numero uno di Roma, quell’Ottolenghi presso la cui sartoria doveva prendere le mosse come tagliatore il celebre Caraceni. Riunioni formalmente perfette alle quali potevano partecipare in qualità di ospiti anche le donne (fin da allora escluse in quanto ritenute la “rovina dei Circoli”) e lo spirito particolare che si viveva era dato dal tono rispettoso con cui i soci giovani si rivolgevano al presidente ed ai soci anziani dando loro del lei.

Una presidenza importante, dicevamo, quella del marchese Calabrini che “regalò” al Circolo il proprio cameriere personale (Carlo) perché i soci potessero essere serviti al bar che, sino ad allora, non esisteva. Al posto del bar, nella Casina, vi erano infatti poche bottiglie dalle quali i soci si servivano personalmente nel corso delle interminabili serate trascorse a giocare a “ecartè”, un gioco di carte che fece fortuna in Italia in quegli anni.

Anni d’oro in cui alcuni dei soci vivevano lavorando poco e passando tante ore della giornata nell’amato Circolo. Si racconta ancor oggi della ilarità generale con cui fu salutato una mattina l’ingresso al Circolo di uno di questi, il popolare Gigi Moroni, solo perché portava sotto braccio una cartella, indice di lavoro, di attività, di fatica. Le mattinate scorrevano veloci sotto il sole capitolino e, previa domanda alla presidenza, si potevano portare le signore a fare un giro sull”Ammiraglia”, la più grande e comoda delle barche del Circolo.

Le quote sociali erano piuttosto elevate: nel 1910 si pagavano 50 lire quale tassa di ammissione e 10 lire al mese, cifre che contribuivano a limitare le domande di iscrizione ad una fetta di buona borghesia e nobiltà capitolina. Soldi necessari per mantenere la Casina nel modo migliore, Casina di cui era custode il fedele Biagio, divenuto poi, con il passare degli anni, amministratore del Circolo. Sede nella quale ogni occasione era valida per effettuare questo o quel festeggiamento, in un ambiente che diventava sempre più accogliente dopo l’inaugurazione di un nuovo galleggiante che si aggiungeva a quelli preesistenti.



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