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Sacrifici di guerra

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Erano anni difficili e indimenticabili per chi li ha vissuti: era la Prima guerra mondiale.L’Aniene viveva giornate stanche in una Roma che si svuotava ogni giorno di più. Solo una trentacinquina di soci continuava a frequentare la Casina e il galleggiante. Fra questi Nanni Merlo che ricordava così quei giorni: "Vidi partire i miei amici uno dopo l’altro e con loro davo l’addio a tanti momenti indimenticabili. Ricordo un giorno che, insieme a Valerio Mengarini, ci recammo ad accompagnare alla stazione una crocerossina che partiva per le zone di guerra. La reazìone dei soldati che lasciavano la Capitale fu feroce verso di noi che restavamo a casa”. Anni difficili. Festeggiamenti per il Natale di Roma del 1915.La Prima guerra mondiale segnò un momento drammatico per l’Italia intera. Frotte di giovani partivano continuamente per il fronte e l’Aniene ogni giorno di più vedeva le sue balde forze assottigliarsi.

Circolo glorioso però anche in guerra. Abbiamo detto di Ninni Brunialti, ufficiale degli Alpini, caduto eroicamente sul Monte Magari, ma ben altri tre soci si guadagnavano al fronte la medaglia d’oro al valore militare: Giuseppe Castruccio, Federico Zappelloni e Casimiro Buttini. Lasciavano la vita sul campo di battaglia, oltre a Brunialti, Valerio Mengarini (medaglia d’argento al valore), Florio Marsili e Zeno Pontecorvo. Don Prospero Colonna, sindaco di Roma allo scoppio della Prima guerra mondiale (partì poi anche lui volontario per raggiungere i figli Piero, Fabrizio e Mario già al fronte), era accanto a Gabriele D’Annunzio quando il poeta pronunciò il celebre discorso del 17 maggio 1915, autentico preludio all’inizio delle ostilità fra Italia e Imperi Centrali, salutato dal suono del “campanone” del Campidoglio.

D’Annunzio, un nome di casa all’Aniene, visto che non solo il grande poeta ne fu socio onorario, ma il di lui figlio Gabriellino dliverme socio ordinario nel 1908. Gabriellino, nella vita sociale, diventò presto un personaggio in quanto irascibile e permaloso come pochi.Ogni volta che con altri soci andava a mangiare dal famosissimo “Bottaro” o anche in altri locali pubblici trovava modo di creare un clima di rissa per le sue continue asfissianti contestazioni sui cibi, sui prezzi e sul servizio. C’è ancora chi ricorda la sua spropositata reazione nei confronti di un poliziotto che, durante una manifestazione remiera, aveva osato apostrofarlo, vedendolo così piccolino di statura, con un romanesco “scanzete regazzì”.Canottieri sull'argine.

Parlavamo della guerra e nel conflitto bellico sono tanti gli italiani che compiono gesta eroiche e fra questi molti soci dell’Aniene. Vogliamo ricordare, ad esempio, le epiche imprese di un reparto di nuotatori d’assalto che, guidati dal socio Remo Pontecorvo, vennero ribattezzati “i caimani del Piave”.

Nell’agosto del 1918 il generale Ottavio Zoppi, riconoscendone la necessità, richiese l’organizzazione di un nucleo di nuotatori, destinati a compiere azioni di sorpresa oltre il Piave. Con grande e generoso slancio ben 340 arditi della I Divisione d’assalto si offrirono volontari ed il nucleo, tutto da creare, fu affidato alle cure del capitano Remo Pontecorvo (socio dal 1908). La selezione fu durissima e, dai trecentoquaranta volontari, si arrivò ad un gruppo di un centinaio di uomini.


Il consocio Garrone boxa scherzosamente col campione Jimmy Rivers.Una attività che avrebbe trovato pieno apprezzamento anche in Giulio Cesare, nuotatore validissimo. Si ricorderà quando, attaccando un ponte in Alessandria, per una improvvisa sortita dei nemici fu costretto a gettarsi su una barca. Però, altri legionari vi avevano trovato posto e allora lui si gettò in acqua, azione comprensibile per un nuotatore. In realtà, copri il percorso di duecento passi, ossia fino alla nave più vicina, nuotando con la mano sinistra in continua emersione per non far bagnare il pesante volume dei suoi Commentari e trainando con i denti la clamide, cioè la sopravveste militare affinché il nemico non se ne impadronisse. D’altra parte, pure i Persiani addestravano i loro figli alla guerra fin dall’età di sei anni: essi dovevano dar prova di saper nuotare senza che si bagnassero le armi.

Ma restiamo fra gli avi di Roma ricordando come Scipione, per dare il buon esempio ai suoi soldati, attraversasse i fiumi con la corazza; mentre Sartorio, ugualmente armato, attraversò il Rodano a nuoto, benché ferito. Ma torniamo al nucleo davvero glorioso guidato da Remo Pontecorvo. Iniziata l’offensiva sul Piave, i nuotatori arditi varcano tra i primi il fiume e, mentre per il terribile fuoco di sbarramento e per la piena del fiume ogni comunicazione tra le due sponde è annientata, essi provvedono a ristabilire i contatti tra le teste di ponte create ad oriente del fiume e i superiori comandi.

Gli uomini di Pontecorvo fanno miracoli. Alcuni cadono dopo due traversate, sfiniti dallo sforzo, dal freddo e dal micidiale tiro delle fanterie nemiche. Gli altri, per un miracolo di volontà ed energia, proseguono nel duro compito. Pontecorvo, impradonitosi di un cavallo, salta in arcione e galoppa finché giunge dal suo generale a portare le notizie attese.

Nei giorni seguenti il gruppo, ormai meritatosi il mitico appellativo di caimani del Piave’, continua, con il pugnale tra i denti, di giorno e di notte, a mettere in atto fulminee azioni di sorpresa, gettando scompiglio fra le file nemiche. Pontecorvo, vanto dell’Aniene, merita una medaglia al valore che suona come minima ricompensa per lui che, là sul fronte, ha purtroppo perso l’amato fratello Decio. Episodi memorabili si sommarono ad episodi memorabili ma, grazie a Dio, l’incubo della guerra finalmente svanì. Roma accolse questo ritorno alla normalità scrollandosi di dosso le paure e le ansie.Una delle prime gite automobilistiche del Circolo.I reduci tomarono alle loro case e, per reazione, la frenesia di vivere, la spensieratezza, la gioia del piacere presero il sopravvento; fiorirono un po dappertutto sale da ballo, molti tabarins, «paradisi di voluttà” (così diceva la nota canzone), sorsero nel centro storico della Capitale. Dopo quasi quattro anni e mezzo di guerra, il 4 novembre I918 l’Austria chiede l’armistizio, I’ 11 novembre la Germania si arrende agli alleati. Nel marzo del 1919 a Versailles viene firmato il trattato di pace. La carta geografica dell’Europa muta sostanzialmente forma. Alla crisi bellica segue la crisi della pace: una terribile inflazione, le case distrutte da ricostruire, le agitazioni sociali, il ritorno di chi è stato al fronte senza sapere, dopo tanto tempo, cosa fare per sbarcare il lunario.


Arrivavano così i ruggenti "anni Venti “, al ritmo furioso del charleston, il nuovo ballo inventato dai negri americani. Fu il periodo delle donne magre (le ragazze.crìsi, come vennero chiamate) con le gonne corte, antesignane delle odierne "mini”. E tornò anche lo sport. Antonio Ascari su Fiat S 57/14 B di 4.500 cmc. vinse la prima corsa automobilistica del dopoguerra la Parma-Poggio di Berceto di 53 km.

Il campionato di calcio, dopo una pausa di quattro anni, riprese il suo cammino per la gioia dell’Inter che, in una combattuta finalissima con il Livorno vinta per 3-2, conquistò il suo secondo scudetto tricolore. Natale di Roma 1915Natale di Roma 1915.E, pian piano, anche lo sport sul Tevere riprende pieno vigore, con l’Aniene sempre in evidenza. Per tutti i Circoli e le società tiberine, il Fiume continua a essere un elemento catalizzatore. Il vecchio spirito di fratellanza, ma soprattutto il fair play sportivo sopravvivono nonostante la lotta politica che negli anni Venti si fa sempre più intensa tra le destre, le sinistre e il centro. La storia d’Italia vive insomma anni difficili, anni di contrasti e lotte rudi e spigolose, ma sui galleggianti remieri e natatori tiberini restano amici come prima, più di prima parlando un unico linguaggio: quello dei cosiddetti “fiumaroli”. Gli ideali politici, quelli religiosi potevano anche dividere ma l’acqua del Tevere e... un buon bicchiere del vino dei Castelli cementavano l’intesa anche tra coloro che ideologicamente erano più lontani.Specie al Reale Circolo Canottieri Aniene, perché questa era la esatta denominazione del Circolo all’epoca.

Il Circolo rappresentava un’oasi incontaminata alla quale i soci si abbeveravano gioiosamente. Ben visibile era in quegli anni nella sede sociale il Decalogo del perfetto nuotatore che qui riportiamo:

Consoci alla meta del viaggio: i Due Ponti.1) Imparare a nuotare e a traslocare da un punto all’altro.

2) Apprendere vari sistemi di nuoto con e senza uso delle braccia.

3) Nuotare completamente vestito e svestirsi in acqua.

4) Tuffarsi a capofitto tanto dal basso quanto dall’alto.

5) Saltare da una altezza non inferiore a cinque metri con una persona in braccio.

6) Ricercare sott’acqua oggetti e persone.

7) Raccogliere e trasportare persone nei vari modi suggeriti dalle condizioni dei trasportati.

8) Sapersi difendere e svincolarsi dalle prese di un pericolante.

9) Saper rianimare gli asfittici per sommersione.

10) Saper remare.


Un decalogo che sembrava studiato apposta per Vincenzo Macchini, il grande atleta gialloceleste che non può certo essere dimenticato nella storia dell’Aniene. Vincenzo Macchini era un maestro in tutte queste acrobazie acquatiche, al punto da meritarsi l’appellativo di “sublime fiumarolo” da Gabriele D’Annunzio.


E chi lo conobbe amava ricordarlo con gioia ed entusiasmo, come i suoi vecchi amici e consoci Maciocci e Cussino: “Vincenzo Macchini rappresentò per tutti i giovani soci un maestro di vita e di sport. Atletico, dalla fantastica muscolatura, intratteneva le reclute che lo circondavano attente e rispettose, sui modi e sugli esercizi ginnici che potevano influenzare lo sviluppo fisico e morale”.

Di lui scrisse Giulio Monteverdi: “È Vincenzo Macchini che per un istante trasfuse nella sua anima l’astratto Messaggero degli Dei del remoto Olimpo facendo rimanere di stucco il Mercurio di Giambologna”. Aristide Sartorio scriveva invece: “Ammirevole perché pare una cosa greca fatta viva, se tutta la fotografia fosse così, ci ridarebbe la sensibilità ellenica”. Immagine di gruppo della gita a due ponti.E ancora Vincenzo Gemito: “È veramente Vincenzo Macchini ispirato all’idea del bello, scopo della creazione dell’umano capolavoro che così innocentemente vive del pensiero in quest’anima d’artista dei tempi gloriosi che vivono per l’ideale dell’amico Macchini”.

Nuotatore di grande talento ma ancor più tuffatore eccezionale, lasciava di stucco chiunque lo vedesse, anche Mussolini che, nel 1925, firmava la foto di un suo tuffo straordinario. Ma Macchini era noto non solo come sportivo, ma anche come “arbiter elegantiarum” del Circolo: il classico esempio dell’impeccabile gentiluomo mondano dell’Aniene. Rappresentava infatti il Circolo in tutti i ricevimenti ufficiali, porgeva fiori e omaggi alle belle signore, parlava con gli stranieri uno strano linguaggio che lui asseriva essere di Oxford, ma che poteva essere benissimo “suahili” del Sud Zaire. Poi, tornava sul Tevere, dove, coadiuvato da Bocale, il barcarolo delle capanne dell’epoca, si tuffava cento volte nelle acque del fiume.

Scherzoso come pochi, una volta, organizzò con una caccavella un elmetto con ali laterali, si applicò altre ali alle caviglie, imbracciò un caduceo e volò deciso nel mitico cielo degli Dei lanciandosi nel Tevere da un trampolino fatto con una palanca da muratore. Risultato: una immagine perfetta del Mercurio del Giambologna che fu pubblicata da varie riviste capitoline, e, più tardi, sui fogli più diffusi della stampa estera quali “The Sphere”, “Berliner Abesed Post”, “Je Suis Partout”, “New York Times”.Gabriellino D'Annunzio, socio dal 1908.

Macchini tuffatore, Macchini arbiter elegantiarum, ma anche Macchini poeta come può vedersi dai sonetti che vengono pubblicati in questo libro. Parlando di un personaggio mitico per l’Aniene come Vincenzo Macchini abbiamo per un attimo lasciato cronologicamente la storia dell’Aniene alla quale ritorniamo là, negli anni Venti, dove l’avevamo lasciata.

La guerra era finita, ma proprio un personaggio molto vicino al Circolo, il socio onorario Gabriele D’Annunzio, combattente di terra, di mare, di cielo, medaglia d’oro al valor militare, non aveva deposto le armi, ribellandosi, appoggiato dai suoi legionari, al trattato di pace ispirato dal presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson, che toglieva all’Italia vittoriosa il Carnaro e Fiume.


Valerio Mengarini, morto valorosamente in guerra nel 1917.C’è un quadro nella sede dell’Aniene, di fronte al quale non ci si può fermare che affascinati. Una cornice semplice che racchiude la lettera autografa che Gabriele D’Annunzio spedli da Fiume, dopo il tragico “Natale di sangue” (sangue fraterno) del 1920, al frateffi amatissimi del suo “Aniene”.

Sul foglio intestato “Reggenza del Carnaro - Il Comandante” spicca la caratteristica, inconfondibile calligrafia del poeta-soldato: “Piero Caccialupi vi porta il mio saluto fiumano, un saluto di dolore e orrore. Il vostro guidone giallo azzurro l’ho raccolto io stesso fra i calcinacci della mia stanza colpita dalla fraterna granata, e l’ho qui accanto a me. Sento l’odore del Tevere e vedo il colore del Tevere. Qui fu consumato il più atroce delitto della nostra storia che per tanto sanguina. Resta una sola cosa intatta: il coraggio. Questo vi conforti e vi assicuri. Pensate al vostro compagno lontano. Vi abbraccio Gabriele D’Annunzio. Fiume 2 gennaio 1921 “.

La vita però proseguiva. Nello stesso mese, al Congresso di Livorno, nasceva il Partito Comunista Italiano; mentre, dal versante culturale, nei mesi successivi, si concretizzava un’attività di grande rilievo, quasi a bilanciare la tumultuosa presenza del Vate.Ricordiamo, soprattutto, le arti figurative ed in particolare la Mostra inaugurata il 6 aprile 1921 al Kronprinz Palatz cli Berlino, “Dasjunge Italien”, che presentava lavori legati al gruppo dei “Valori Plastici”.

Esattamente: otto opere di Carrà, ventincinque di de Chirico, diciotto di Morandi, sette sculture di Arturo Martini, rappresentano questa storica proposta che è alla base della nuova espressione europea del “realismo magico”. Per molti versi, e qui subentra l’attenzione dello sport, avvenimento propedeutico alla successiva architettura del Foro Mussolini, oggi Foro Italico.

Gabriele D'Annunzio si intrattiene con Remo Pontecorvo ed altri consoci.Papini, seconda anima di de Chirico, aveva infatti scritto, ideologizzando questa prossima realtà:“Immaginate, uomini, una cosa impossibile, una cosa assurda, pazza, incredibile e terribile. Immaginate che tutto il mondo si fermasse ad un tratto, in un certo istante, e che tutte le cose si fermassero in quel punto in cui erano e che tutti gli uomini diventassero immobili, quasi statue, in quella posa in cui erano in quel momento, in quell’atto che stavano compiendo”.

Esisteva pure un’attività letteraria divulgativa nei riguardi dello sport; dignitosissima anche nei suoi risvolti di massima diffusione. Per esempio: alla fine di settembre del 1923, la casa editrice G. Nerbini di Firenze, iniziava la pubblicazione settimanale cli romanzi completi di argomento sportivo. Prezzo 50 centesimi e dimostrava, in tempo non sospetto politicamente, l’enorme interesse che c’era per le letture sportive, malgrado la concorrenza delle dispense sulle avvenure di Nick Carter. Pugilato, ciclismo, calcio, ginnstica, rugby, ippica, lotta, pesistica, scì, (manca il canottaggio dai nostri archivi, ma forse qualche altro studioso ci aiuterà), di scrittori prevalentemente francesi, e perciò tradotti.


Il presidente principe Scipione Borghese con il grande ammiraglio Thaon di Revel presenzia alla decorazione dei valorosi del 1920.Analogo il settimanale “Le grandi avventure sportive” del 1931; mentre, nel 1935, le edizioni Taurinia, con sede a Torino, si proponevano con la pubblicazione settimanale di gialli del tipo: «Il delitto del campionato di calcio”. Generoso cuore dell’Aniene.

Nel 1920 il socio Arnaldo Ascareffi compiva a Roma un atto davvero coraggioso. Salvava infatti una donna che si era gettata a scopo suicida nel Tevere, lanciandosi nella perico losa corrente del fiume con notevole sprezzo del pericolo. Il salvataggio riusciva pienamente e Ascarelli veniva decorato con medaglia d’argento al va]or civile e con medaglia di bronzo della Fondazione Carnegie. (Una medaglia di bronzo al valor civile meriterà anche undici anni dopo, nel 1931, il socio avv. Ugo Monaco per aver salvato un bambino che stava annegando nel Tevere.)

Intanto la vita dell’Aniene scorreva serena. L’aspirazione dei soci cli avere una sede o dipendenza al mare era fortemente sentita perché, all’epoca, salvo un certo numero cli appassionati che si organizzavano per poter trascorrere le vacanze a Capri (dove regnava il socio Nanni Merlo) gli altri dovevano accontentarsi di Ostia.

La località, facilmente raggiungibile in macchinaImmagine di gruppo dei consoci valorosi decorati al valore. o in treno, funzionava inoltre come stazione di posta per tutti queffi che, disceso il Tevere in barca, riprendevano il viaggio verso mete più lontane della costa laziale (Anzio, Santa Marmnella, Palidoro, Ladispoli). Solo nel 1924, per iniziativa del socio Guido Pericoli, nominato direttore del costruendo prestigioso e mondano stabilimento balneare del Lido, furono iniziate le trattative per la nuova sede marina.

Ed infatti, in data 20 luglio 1924, con una lettera indirizzata all’allora presidente on. marchese Giorgio Guglielmi (succeduto nella carica al principe Scipione Borghese famosissimo per il suo raid automobilistico Pechino-Parigi che resse per poco tempo il Circolo dopo la lunghissima presidenza, durata 14 anni, di Calabrini) la Società Elettro Ferroviaria Italiana, proprietaria del suddetto stabilimento, metteva a disposizione dell’Aniene prima due grandi capannoni sulla spiaggia e poi un ampio locale a livello della spiaggia stessa, idoneo al ricovero delle imbarcazioni, agli spogliatoi ed ai servizi.

La sede al mare fu assiduamente frequentata da molti soci, fra i quali ricordiamo gli scatenati Nicola De Pirro, Marcantonio Pacelli, Girolamo Paradisi, Mario Rossi, Tullio Maciocci, Ciappi, Capinera, Cassani, Lori, Bombi, Cassina, Onofri, Marchesi, Peccia, Zaccherini, Calò, Graziadei, Ascarelli.

La vita che vi si svolgeva era la stessa tipica dello zatterino a Roma. Scherzi, battute e secchiate d’acqua a ritmo continuo e, al primo allarme, tutti in mare, in numerose azioni di salvataggio di quei poveri inesperti che, non conoscendo le forti correnti, finivano regolarmente sotto la famosa Rotonda.

La sede al mare rappresentò insomma un lembo estivo del Circolo, un angolo fuori della città dove ancor meglio potevano estrinsecarsi la gioia di vivere e l’eclettismo, doti sempre presenti nei soci dell’Aniene. Gioia che traspariva nella vita sociale e che, purtroppo, veniva meno fuori dal Circolo.


Vincenzo Macchini si guadagna fama internazionale con un tuffo degno del Mercurio del Giambologna.L’Italia tutta viveva momenti ancora una volta difficili e Roma, da buona capitale, ne coglieva gli aspetti più drammatici. Presidente del Circolo fu per nemmeno due anni ll generale Alessandro Pirzio Biroli, ed a lui successe nel 1922 ancora il marchese Giorgio Guglielmi, che rimase in carica sino alla fine del 1925. Ma, grazie ad una collaudata tradizione del Circolo, l’Aniene non si lasciava coinvolgere da quanto avveniva fuori dai suoi confini e dal suo mondo. Prova spiccata di tutto ciò erano i continui grandi balli organizzati annualmente al Grand Hotel, all’Exeelsior o nella sede sociale in occasione della notte di San Silvestro, del Carnevale o degli anniversari della fondazione del Circolo, balli che provocavano grande risonanza negli ambienti dell’aristocrazia e della cosiddetta “Roma bene”.

Queste feste (le più eleganti ed importanti della vita mondana della capitale) erano estremamente appetite dal bel mondo e provocavano ogni volta una affannosa caccia ai biglietti di invito che diventava, con l’approssimarsi della data fissata, una vera e propria ossessione. Venivano progettati e creati grandiosi allestimenti scenografici con grande profusione di fiori capaci di trasformare i saloni delle feste con eoreografie davvero eccezionali. Si ricordano ancora oggi la “Scena veneta” di Ceffini, la “Vecchia Roma”, ispirata dalle stampe di Pinelli e Piranesi, la Scena napoletana e la moresca.

Addirittura fece scalpore il ballo del 28 febbraio 1924, organizzato personalmente dal presidente Guglielmi, che trasformò i saloni del Grand Hotel nel fondo del Lago di Nemi con tanto di nave dell’imperatore Tiberio che, in persona, faceva gli onori di casa. Le reliquie dell’imperatore, il tesoro dello stesso e qualche monile e suppellettile dell’imperatrice furono distribuite agli invitati.

Una festa davvero indimenticabile e forse propiziatoria all’annuncio del 9 aprile 1927 con il quale Mussolini informò sul prossimo recupero delle navi romane scoperte nel lago di Nemi. Gli invitati erano sempre all’altezza di serate tanto risonanti. Un eletto comitato cli patronesse svolgeva all’approssimarsi dei baffi una attiva ed efficacissima opera di propaganda. Le signore dei soci rendevano gli onori cli casa ai brillanti ospiti e alle dame che, per tali occasioni, sfoggiavano i loro più impegnativi gioielli ed elegantissimi abiti o costumi creati a Parigi o nelle migliori sartorie italiane. Gli uomini, rigorosamente in abito da sera, erano davvero inappuntabii.I ricchissimi buffets erano forniti di ogni cibo prelibato e delle bevande più varie; le danze, più vorticose che mai, guidate dai cantanti e dalle orchestre più famose, si protraevano sino alle prime ore dell’alba tra flirts e tanta tanta allegria.

Ma la cosa più incredibile si verificava dall’indomani delle feste. Tutta Roma, presente e assente, ne parlava infatti per giorni e giorni. E tutto questo mentre a Parigi furoreggiava Mistinguette con la canzone “(a c’est Paris”, preparando la strada a Josephine Baker, colei che si sarebbe guadagnata gli applausi di mezzo mondo e l’appellativo di “Venere nera”. A Roma intanto ogni sera Ettore Petrolini faceva il “tutto esaurito”, mentre il Teatro Costanzi (che diverrà poi Teatro Reale dell’Opera) riapriva le sue porte alla stagione lirica.

Nei cinema cittadini il pubblico impazziva per il fflm “La grande parata”, proveniente dagli Stati Uniti per la regia di King Vidor. Un film strappacore che narrava le vicende di un giovane americano di buona famiglia che partecipava alla prima guerra mondiale e si innamorava di una ragazza francese. Sfortunato, subiva in guerra una mutilazione e faceva il suo ritorno in patria accompagnato dalla ragazza, ormai sua moglie, che l’aveva assistito amorevolmente durante la lunga convalescenza. Il tutto per le indimenticabili interpretazioni cli John Gilbert, Renèe Adorèe, Hobarth Bosworth e Claire Mc Dowdll.


D’estate una “fetta” d’Aniene si trasferiva festosa a Capri. Questo il ricordo del socio Cussino: “Negli anni venti Capri era ancora un angolo di paradiso riservato a pochi bongustai. I capresi non erano ancora mffiardari ma modesti e ben educati. Il porto non esisteva ancora, i turisti sbarcavano “c’a varchetella”. Alle dieci di notte veniva tolta la luce e si restava a lume cli candela con sommo gaudio per gli innamorati. Ci si riuniva e si danzava solo al Caffè Morgano, da donna Lucia, voluminosa come una mongoffiera. Lettera di Gabriele D'Annunzio ai consoci del 1921 da Fiume.

Al Salto di Tiberio la bella Carmelina ballava la tarantella a piedi nudi, intramezzando la sua esibizione con racconti orripilanti sulle atrocità commesse dall’imperatore Tiberio nel tempo che fu, descritte con tale enfasi da far temere che questi potesse ricomparire da un momento all’altro. Non esistevano automobili ma solo deliziose carrozzelle trainate da focosi cavallini.

Solo il baffuto De Gregori possedeva una scassatissima autovettura, con la quale trasportava i più coraggiosi. I bagni si facevano alla Marina grande, da Gabriele, e mai a Marina piccola dove “o sole cocente è capace d’accidere nu cristiano”. Fra i tanti personaggi illustri che frequentavano l’isola c’era Giovanni Merlo, conte cli Teverone, capace di imprese mondane epiche, memorabifi, comunque sempre spiritose, ed imprevedibili. Al suo seguito tanti soci conobbero Capri e le sue meraviglie trasportando in quell’angolo di paradiso un pizzico di scanzonata gioia romana.